Troppo sensibile

A cura della dottoressa Silvia Senestro

Sono troppo sensibile. Tutto mi tocca, tutto mi urta. Mi commuovo o mi arrabbio o soffro o vado in ansia per un nonnulla; mi sento come se avessi dei radar ultrapotenti che captano sguardi, sfumature, sottintesi. E questi radar mi procurano più sofferenza che altro. Tutti mi trovano permaloso, complicato, suscettibile. Vorrei incappucciarmi e vedere, sentire, pensare di meno. Vorrei ottenebrare questa sensibilità, renderla meno aguzza”.

A volte mi capita di discutere con i miei pazienti di questo tratto di personalità che potremmo definire “ipersensibilità”, un aspetto non patologico (o almeno non ancora riconosciuto come tale) ma che può causare grande sofferenza e problemi relazionali.

La questione dell’ipersensibilità viene ben sviscerata da Federica Bosco nel libro Mi dicevano che ero troppo sensibile. Bosco descrive efficacemente il funzionamento del cervello delle persone che lei definisce “altamente sensibili”: un cervello sovrastimolato, travolto dagli input provenienti dal mondo esterno e che si caratterizza da una connessione troppo veloce.

Il libro di Federica Bosco Mi dicevano che ero troppo sensibile

Queste persone, spesso dotate di intelligenza superiore alla media, ogni giorno si sentono come travolte da una diga; “devo scrivere una recensione, fare una presentazione, ho avuto uno screzio con qualcuno, devo dire qualcosa di importante e delicato a qualcun altro, ho ricevuto un messaggio whatsapp che non mi è piaciuto e comincio a rimuginare, non so cosa mettermi perché non mi vedo con nulla, mi si affaccia alla mente un ricordo triste, leggo una notizia drammatica, qualcuno è brusco con me ed ecco che mi prende l’ansia, tutto mi appare difficile e non mi sento in grado di affrontare la giornata”: ecco la mattinata-tipo di un ipersensibile descritta dalle parole dell’autrice.

Ogni singolo elemento si fonde in un magma nero e confuso che fa sentire la persona piccola, inerme, in balìa delle correnti come una barchetta in mezzo alla tempesta.

Il cervello di un ipersensibile è dotato di una rete di neuroni che funzionano ad altissima velocità, un po’ come la connessione Internet con la fibra, e come tale è in costante download di dati dalla realtà.
Gli ipersensibili patiscono in modo abnorme anche gli stimoli di tipo fisico, avvertendoli come un bombardamento troppo intenso e violento: soffrono di più degli altri il caldo, il freddo, il rumore, il caos, la ressa, la luce forte, il disordine, lo sporco. “Come se avessero uno strato di pelle in meno”, sottolinea Bosco, si sentono sempre nudi, vulnerabili, esposti alle scottature.

Secondo Bosco questa condizione meriterebbe maggior considerazione da parte della comunità scientifica in modo da individuare delle terapie mirate. Ad oggi gli ipersensibili si arrangiano come possono o cercano aiuto nella psicoterapia, nell’ipnosi, nella meditazione e in pratiche relativamente recenti come EMDR (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari). Non di rado si vedono costretti a ricorrere a psicofarmaci.

Ciò che mi preme, in questo articolo, è far luce su un aspetto di personalità poco conosciuto e sottovalutato. Teniamolo presente, soprattutto quando abbiamo a che fare con persone che ci sembrano troppo permalose o irritabili o complicate. Potrebbero essere “semplicemente” troppo sensibili e, supportate nel modo giusto, saprebbero trasformare il loro problema in una risorsa preziosa.

https://www.lapancalera.it/auto-aiuto-chiave-segreto-successo-felicita-psicologia/

redazione

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