A cura della psicologa Silvia Senestro
Oggi parleremo delle etichette che applichiamo a cose e persone in modo automatico, inconsapevole e, ahimè, perenne. Il nostro cervello le pesca dal suo repertorio e le appiccica su tutto 24 ore al giorno (esatto, anche mentre sogna!), sette giorni su sette, a raffica, come un commesso il giorno prima dei saldi, e lo fa un po’ perché è pigro e ama le scorciatoie, un po’ perché non si può permettere di analizzare a fondo le migliaia di stimolazioni che gli si parano davanti ogni giorno.
A volte le etichette sono efficaci che permettono la valutazione rapida di una situazione ma a volte causano errori colossali: il tizio di Top Gun conosce una bellona bionda al bar e si mette a fare lo sbruffone come ritiene sia giusto fare con le bellone bionde nei bar per poi scoprire, la mattina seguente, che tale bomba sexy è la sua insegnante. Un cervello può camminare sui tacchi a spillo, negli anni 80 iniziammo a farcene una ragione.
I timbri che stampiamo su cose, persone e situazioni, dicevo, sono automatici e involontari. Ci illudiamo di essere liberi pensatori e invece affibbiamo etichette generiche e inconsapevoli con la costanza di una bollatrice e la chiusura di una beghina.
Le etichette sono indelebili o quasi
Ma c’è di più: i timbri sono indelebili o quasi. Una volta che ho stabilito un’associazione sono necessarie dozzine di episodi contrastanti per farmi cambiare idea, mentre ogni singolo evento in grado di rinforzare la mia opinione sarà salvato in memoria e sottolineato tre volte con il pennarello rosso. Esempio: mettiamo che io sia convinta che i polacchi siano stupidi. Tutte le volte in cui mi capiterà di vedere un polacco comportarsi in modo stupido, il mio preconcetto acquisterà vigore e risulterà rinforzato. Ma a quanti gesti intelligenti operati da polacchi devo assistere affinché io cambi la mia idea? Secondo gli studiosi del pregiudizio, almeno una dozzina, oppure qualcuno in meno purché sia molto impattante dal punto di vista emotivo.
Il nostro equipaggiamento di etichette ci rimane cucito sul petto come la Lettera Scarlatta o impresso a fuoco sulla fronte, c’è poco o niente da fare. Se hanno deciso che sei così, sei così, giusto o sbagliato che sia. I pregiudizi creano delle caste e modificarli è difficilissimo, come per un Paria sposare una principessa.
Le attribuzioni, inoltre, funzionano come dei centri di gravità che attirano altre attribuzioni minori come satelliti. Se Franco fa volontariato, ad esempio, l’aggettivo “volontario” attirerà a sé altre caratteristiche che tenderemo ad attribuire a Franco in modo automatico, per cui saremo portati a credere che egli sia, che so, anche buono, leale, generoso, affidabile. E che un ingegnere sia intelligente, rigido, arrogante, imbranato nelle cose pratiche. E che una bella bionda sexy sia sciocca, svampita e facile preda sessuale; vero, tizio di Top Gun? Eventi che contraddicono la nostra costellazione creano incoerenza interna e perturbazione: un ingegnere che ama le poesie; un omosessuale insensibile; una psicologa senza occhiali; che fastidio.
Ne siamo tutti sia vittime che carnefici
Unica consolazione, il meccanismo di etichettatura è democratico: ne siamo tutti sia vittime che carnefici. Il tuo capufficio ti ha bollato come un pelandrone, ma tu hai bollato lui come uno stronzo. Siete pari.
Pur essendo noi per primi etichettatori seriali, siamo piuttosto infastiditi dai bollini che gli altri ci mettono addosso. Consoliamoci pensando che tutti i difetti che ci vengono rimproverati, sei pigro, sei disordinato, parli troppo, non parli abbastanza, non siano del tutto veri ma frutto dei pregiudizi dei nostri congiunti: forse in fondo non siamo poi tanto male; sono gli altri che ci disegnano così.








