a cura della dottoressa Silvia Senestro
“Lei è la prima a cui lo racconto, non lo sa nessuno”: quando un paziente mi dice così, come prima cosa lo ringrazio per la fiducia e cerco di immaginare la fatica che deve aver fatto, spesso dopo un lunghissimo lasso di tempo, a dire ciò che mi ha appena detto. Subito dopo, però, ancora oggi mi chiedo perché succeda questo.
Perché oggi, ieri e chissà per quanto tempo ancora, raccontare certe cose sia così difficile o, a volte, impossibile. Riservatezza, educazione improntata alla soppressione, “i panni sporchi si lavano in casa”, un talento naturale dei piemontesi che ci rende cinture nere di rimozione sono elementi che vanno tirati in causa se si cerca di comprendere le ragioni di cotanto non dire.
Ma sono soprattutto tre gli aspetti alla base del nostro tacere il dolore, i traumi e gli abusi: si tratta di matrici, di brodi primordiali all’interno dei quali siamo stati educati (o meglio, mal-educati) e che ci condizionano come imprinting malefici, come sortilegi.
La prima matrice ha a che fare con la sfiducia: moltissime persone non hanno fiducia nel fatto che esprimere il dolore ed i problemi possa portare ad un esito in qualche modo positivo o perlomeno ad un sollievo. “Devo cavarmela da solo”; “Me la devo risolvere io”; “Parlarne non serve”. Anzi: “Parlarne è pericoloso”. Esagerato? Non mi pare. Chi è cresciuto negli anni 70, 80 e 90 ricorderà bene gli sfottò e la crudeltà in famiglia, da parte degli insegnanti, fra i pari.
Esprimere sofferenza o chiedere aiuto significava mostrarsi vulnerabile, debole e quindi esporsi a dosi maggiorate di cattiveria. Il male si tace. Se sei maschio, ancor di più.
Fra il body shaming più trucido e primitivo, insegnanti di Educazione Fisica ispirati dal sergente istruttore di Full Metal Jacket ed i “non piangere come una femminuccia” siamo venuti su non solo ferendo e venendo feriti, ma considerando normale. Inevitabile. Educativo. Sigh.
La seconda matrice ha a che fare con la vergogna. Le vittime provano tanta vergogna e si sentono colpevoli di quanto hanno subìto. Ciò è ingiusto e lo sanno, su un piano razionale. Ma il piano emotivo è, ahimè, tutt’altro paio di maniche.
La terza matrice ha a che fare con il controllo. È buffo osservare con quanto zelo ci affanniamo a trattenere le cose buone ma ancor di più quelle cattive. Se non dico il male, lo tengo. Se invece lo dico, poi che succede? Scappa via come un topolino impazzito? Dove va? Chi lo vede? E cosa se ne fa? E quando ritorna, sarà trasformato? Come sarà fatto? Farà ancora più male?
Eccole, le tre matrici del silenzio. Immobili e perpetue, indistruttibili proprio perché invisibili, segrete.
La mia esperienza mi dice che ciò che viene taciuto diventa velenoso e ci rosicchia da dentro. L’idea di tenerlo lì al sicuro e di controllarlo é illusoria.
Temiamo che aprire la bocca e raccontare sia troppo difficile e doloroso, ma non abbiamo tenuto il conto di quanto ci sia già costato, invece, tacere.








