Ma è successo davvero? Come elaborare il dolore

A cura della dottoressa Silvia Senestro

Questo articolo riguarda la capacità di riparazione del nostro cervello e la conseguente possibilità di elaborare il dolore.

Ho scritto “elaborare”, non “dimenticare”: le cose che ci hanno fatto male non vengono scordate (come spesso vorremmo) tuttavia possono essere affrontate, rimaneggiate, in qualche modo digerite e quindi, dopo un po’ di tempo, smettere di ferirci.

Tutto il nostro corpo è capace di guarire: se adeguatamente curate, le ferite della pelle tendono a rimarginarsi, le ossa si riaggiustano, i capelli ricrescono dopo che ce li siamo fatti rovinosamente tagliare dal nostro cugino, l’influenza passa, figuriamoci se il cervello (che è la centrale di controllo di tutto ciò che in noi viene pensato, immaginato, programmato e agito) non è capace di curare i suoi traumi e di passare oltre!

Semplificando molto e attingendo all’immaginario collettivo, raffiguratevi le aree cerebrali legate all’emotività come abitate dagli omini del cartone animato “Siamo fatti così”: di fronte al dolore un gruppo di neuroni-omini si attiva immediatamente adoperandosi per trattare l’accaduto. Le prime operazioni possono sembrarci bislacche: magari neghiamo quanto è successo e ci sentiamo come se nulla fosse, oppure risultiamo anestetizzati e seppur consapevoli non soffriamo o ancora diventiamo robotici e super operativi. Strani modi di reagire eh?

Fidatevi, se gli omini hanno stabilito che in questa prima fase sia meglio così, è meglio così.

In un secondo momento interviene un’altra squadra di omini e poi un’altra e poi un’altra ancora: si danno il cambio come in una staffetta, dandoci la possibilità di arrabbiarci e sfogarci, poi di fermarci a piangere e a deprimerci ed infine di accettare l’accaduto, riorganizzarci e guardare di nuovo il futuro con fiducia.

Il sistema non vede l’ora di tornare a funzionare a pieno regime, producendo i neurotrasmettitori relativi alla serenità, all’appagamento e alla progettualità: in altre parole, il nostro cervello ci vuole felici.

Smettere di soffrire

Quando ci troviamo in un brutto momento abbiamo l’impressione che quella sofferenza sia troppo grande e profonda per guarire e che staremo così male per sempre. Per fortuna ci sbagliamo: gli omini sono già al lavoro e sanno cosa fare esattamente come le tartarughe neonate sanno che si devono dirigere verso il mare.

I lutti, ad esempio, non si dimenticano ma si trasformano assumendo una tonalità emotiva diversa. Le delusioni lavorative, la rabbia per i parenti e le pene d’amore in confronto sono bazzecole: gli omini del cervello riuscirebbero ad occuparsene pure lavorando part-time.

Vi è mai capitato di stracciarvi le vesti per un amore finito, di toccare il fondo della disperazione, di voler addirittura morire e poi, dopo qualche anno, di rincontrare l’oggetto delle vostre pene e di trovarlo persin brutto e un po’ noiosetto?

Ecco, gli omini hanno concluso la loro opera: non solo avete smesso di soffrire, ma ripensando a quel pozzo di dolore che vi sembrava senza fondo, rimanete increduli, ma veramente mi volevo ammazzare per ‘sto qua, ma com’ero, anzi chi ero, e sul serio non ritroviamo quasi nulla di quel baratro, tanto da chiederci come sia possibile, cosa sia accaduto in mezzo, dentro e fuori di noi e soprattutto, se sia successo davvero.

redazione

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