A cura della dottoressa Silvia Senestro
Esiste un percorso conoscitivo, psicoterapeutico, medico o spirituale capace di abbattere ogni negatività?
Per quel che ne so io, no.
Molte persone mi dicono di voler eliminare l’ansia o altri stati d’animo negativi come la rabbia, la noia, la frustrazione.
Vedo in giro pubblicità di coach e di percorsi di stampo spirituale che promettono La Soluzione, il raggiungimento definitivo di uno stato di benessere stabile e perenne, sempre un po’ ascetico, come se fosse possibile pulirsi da ogni risentimento, dubbio, rancore. Una Varechina emotiva, un Mastro Lindo dell’anima, un detergente intimo che più intimo non si può.
Diffidate di chi vi promette roba del genere: butteresti i vostri soldi ed il vostro tempo e alla fine del percorso, rendendovi conto della truffa, vi ritrovereste doppiamente rabbiosi e frustrati. Un mio amico conosceva una specie di guru olistico che organizzava ritiri spirituali finalizzati a trovare la pace interiore eliminando i pensieri negativi. Treccia di capelli grigi, lunga veste, sandali, ciondoli, atteggiamento benevolo, sguardo estatico, parlava con gli animali e abbracciava gli alberi. Il kit completo insomma. Ebbene, un bel giorno il guru perse la pazienza e prese a cazzotti un assistente sotto gli occhi attoniti dei discepoli. Chissà se si sono fatti rimborsare il biglietto.
Gli stati d’animo spiacevoli fanno parte dell’esperienza umana e tutto ciò che possiamo fare é imparare ad abitarli.
Normale è sperimentare ansia in determinate situazioni, arrabbiarsi, annoiarsi, provare invidia o frustrazione.
Patologico è soffrire di attacchi di panico in situazioni quotidiane, diventare violenti se arrabbiati, abbuffarsi se annoiati, fare sempre paragoni a nostro svantaggio e ricavarne frustrazione.
Se nostro figlio adolescente ha l’ansia, non è giusto che si mobiliti tutta la famiglia, non è giusto che stia a casa da scuola, non è giusto che la sua ansia diventi l’argomento del giorno. La mobilitazione veicola un messaggio disfunzionale e crea il contesto più sbagliato, cioè quello in cui l’ansia si vede estendere un tappeto rosso e accogliere con una standing ovation.
L’ansia si affronta (senza la pretesa di sconfiggerla) infondendo coraggio, accogliendo, dialogando, abbracciando, sorridendo, accarezzando. Anche lasciando la persona in pace, qualche volta.
Se ci sorprendiamo ad invidiare qualcuno o a provare rabbia non significa che facciamo schifo. Le emozioni negative fanno parte del pacchetto “Essere Umano” e servono a qualcosa. Guardiamo con benevolenza alle nostre parti meno edificanti e magari troviamo pure un modo per esprimerle. Il modo può anche essere simpatico, perché no.
Carmen Covito, morendo di noia perché immobilizzata in seguito ad un incidente, scrisse il best seller “La Bruttina Stagionata”; l’inventore delle patatine fritte, carico di livore, intendeva fare un dispetto al suo capo-chef tagliando le patate troppo sottili e riempiendole di sale; dozzine di cantautori hanno trasformato la loro ansia e la loro depressione in capolavori.
Mi pare di intuire il commento: “Eh ma quelli sono artisti, sono talenti particolari, io con la mia ansia che ci faccio?”.
Intanto cerca di abitarla e di rimanere operativo. Non scrivere subito 1000 WhatsApp se no le stendi il tappeto rosso. Non dipingerai la Cappella Sistina, non scriverai la canzone che vincerà il prossimo Sanremo, ma magari la tua sofferenza può diventare un giardino pieno di pathos, una languida lasagna, un trucco ed un’acconciatura che esprimono la tua nebbia interiore.
Con la negatività e con il brutto si può fare solo una cosa: scendere a patti.
Abbattuta una volta per tutte l’idea che i nostri sentimenti siano sbagliati e che “non dovremmo essere così” chissà che non ne venga fuori qualcosa di buono: che tu partorisca un’idea, una canzone, una poesia anche brutta o una lasagna carica di sofferenza, va sempre bene. L’hai fatta tu, ed un parto non é mai indolore.








