Non ti scordar di te

Questo articolo parla delle persone che dedicano la vita ad aiutare gli altri, che non sanno dire “no” e che mettono se stessi all’ultimo posto.

Queste persone, stremate da tanto altruismo, sfibrate dalla disponibilità, oppresse da richieste di aiuto e di sostegno provenienti da ogni dove e date per scontate, si ritrovano molto spesso a frequentare lo studio di uno psicologo e anche lì, non essendo abituate a porre se stesse al centro dell’attenzione, finiscono per sentirsi a disagio e quasi a scusarsi di esistere. Mi è capitato in più di un’ occasione di sentirmi dire cose tipo “mi scusi, sono proprio una lagna, ne avrà abbastanza di sentirmi”; “oggi mi sono lamentato troppo” e via dicendo.

Il “sempredisponibile” è una categoria variegata di cui si possono trovare diversi esemplari; vediamone insieme alcuni:
Gli impiegati, gli operai, gli infermieri che si beccano i turni peggiori, che si sacrificano, che a cinquant’anni vengono trattati dai colleghi come se stessero ancora facendo la gavetta.

I figli di anziani che si accollano tutte le responsabilità e le fatiche della cura dei genitori, mentre i fratelli e le sorelle se ne lavano le mani.

Quelli che, all’interno di un gruppo di amici, vengono sempre individuati come addetti all’aiuto e alla disponibilità. Che fanno la spesa prima della grigliata di Pasquetta, che sparecchiano, che aiutano l’amico che deve traslocare, che senza pensarci due volte rinunciano a qualcosa pur di non dispiacere a qualcuno.

Le mamme. Siamo cresciute in un contesto sociale che ci vuole devote e votate al benessere dei nostri familiari e che biasima le madri che osano pensare anche a se stesse. Dal momento in cui metti al mondo un figlio, smetti di esistere come persona, come individuo e pure come consumatore. Non sei altro che una fornitrice di cure e una compratrice di roba per gli altri. E quando tua figlia raggiuge la tua taglia, se sei fortunata ti dà il permesso di mettere i vestiti che non le piacciono più.

Le donne che, nell’ambito della coppia, seguono il partner nel suo percorso di vita aiutandolo, comprendendolo e favorendolo, senza mai venire corrisposte nella stessa maniera. “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna” è una frase che mi fa abbastanza schifo. E poi comunque non è che queste donne abbiano tutte sposato dei Presidenti della Repubblica o dei capitani d’industria. Magari stanno con il sosia di Homer Simpson e tuttavia si accontentano di vivere al riparo della sua ombra, covando livore ed insoddisfazione e tradendolo, prima o poi, con l’idraulico.

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Quello che si cerca di fare, nell’ambito del lavoro psicologico, è comprendere le cause per cui una persona sia diventata un sempredisponibile. Perché sempredisponibile non si nasce, ma si diventa.

Ogni esperienza è unica, ma sbatti e gratta, raschiando il fondo del barile di queste vite, di solito si finisce per trovare un punto comune: il bisogno di essere apprezzati/amati e l’impossibilità di trovare altri modi per esserlo se non rendendosi infinitamente disponibili. “Se penso anche a me stesso, se dico di no, se volto le spalle, allora perdo l’amore. Rimango da solo. Mi abbandonano”.

Da questa idea di fondo, spesso inconscia, scaturiscono degli schemi comportamentali. Non a caso utilizzo il termine “schema”, perché essi sono automatici, scattano e si realizzano senza che noi ce ne rendiamo conto, come se fossimo attori che recitano un copione. Infatti gli studiosi di Psicologia Cognitiva utilizzano proprio il termine “script”, che significa “copione”.

Chi è sempre disponibile riceve, quando va bene, gratificazione e riconoscenza in cambio di tutto ciò che dà e fa (“quanto sei buono!”); quando va male, viene dato per scontato o viene sfruttato. Anche nel primo caso, comunque, resta sempre quell’insoddisfazione di fondo, quell’idea di non meritare un posto nel mondo, di dover faticare per essere apprezzato, di non essere abbastanza.

Il primo passo per affrancarsi è la presa di coscienza. Se il nostro volo avviene sempre e solo per qualcun altro o dietro a qualcun altro, dobbiamo innanzitutto accorgercene. E poi scansarsi di qualche centimetro, anche solo di un pochino, prendere la rincorsa, tremare, cadere, rialzarsi, riprovare e infine vedere che anche noi possiamo imparare a volare.

redazione

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