Piero Ballesio a 100 anni pubblica “Le stagioni di un secolo”

Le stagioni di un secolo – Cento anni di memorie è il libro pubblicato da Baima & Ronchetti Editore scritto da Piero Ballesio. L’autore, originario di Torino ma residente da tempo a San Giusto Canavese, con i suoi quasi 101 anni è il decano degli scrittori del territorio canavese e, forse, di tutto il Piemonte. Dentro le circa 300 pagine di Le stagioni di un secolo – Cento anni di memorie convivono, spiega proprio Piero Ballesio, «il bambino di via Montevideo, il ragazzo che ha conosciuto la guerra, il giovane tornato a Torino con il desiderio di ricominciare, il lavoratore, il marito, il padre e l’uomo che, arrivato a cento anni, continua a guardare con curiosità il tempo che gli resta davanti».

Piero Ballesio alla festa dei 100 anni

Come nasce l’idea del libro? «Non sono uno scrittore e non ho mai pensato di diventarlo. Per gran parte della mia vita sono stato un tecnico. Ho lavorato con le merci, i trasporti, i magazzini, le persone e i problemi concreti che ogni giorno chiedevano di essere risolti. La scrittura è arrivata molto più tardi, quando mi sono reso conto che il tempo trascorso alle mie spalle era diventato più lungo di quello che avevo ancora davanti e che molti dei luoghi, dei mestieri e delle persone che avevano fatto parte della mia vita esistevano ormai soltanto nei ricordi – racconta l’autore, che è stato direttore della logistica della Danone, multinazionale alimentare con sedi a Parigi e in Spagna – Sono nato un giovedì mattina, alle sei, del 20 ottobre 1925. Mi dicono che è stata una giornata splendida e soleggiata. Meno male, perché poi la mia è stata “tribolata”. Nel senso che sono stato povero e ho dovuto lottare per emergere. Vivevamo a Borgo Vittoria di Torino. Allora, era tutta campagna. La periferia non era certo quella di oggi. Ricordo con piacere quegli anni. I nostri genitori lasciavano a me e a mio fratello la massima libertà possibile. Eravamo quasi “zingari”. Mio padre diceva sempre che bisognava permettere ai giovani di imparare sia dalle cose belle che da quelle brutte che potevamo capitare. A volte stavamo tutto il giorno in giro, nei campi, facendo preoccupare nostra mamma e nostro papà, che poi ci sgridavano al ritorno a casa».

Intervista a Piero Ballesio

Ci racconta qualcosa di lei? «Ho voluto raccogliere questa storia perché sono arrivato a cento anni e, in un secolo, il mondo è cambiato molte volte. Per lavoro ho viaggiato in tutta l’Europa occidentale. Quando sono nato, l’Italia era ancora una monarchia e il fascismo stava trasformando il Paese. Ho conosciuto la povertà, la guerra, lo sfollamento e il ritorno in una Torino ferita, ma desiderosa di ricominciare. Ho visto la ricostruzione, il lavoro nelle fabbriche, il boom economico, le grandi aziende, l’arrivo di famiglie provenienti da ogni parte d’Italia e la trasformazione di interi quartieri. Ho visto entrare nelle case la radio, la televisione, gli elettrodomestici, poi i computer, internet e i telefoni capaci di fare cose che, durante la mia infanzia, nessuno avrebbe saputo immaginare. Sono sempre stato una persona curiosa e ogni novità mi sembrava qualcosa di enorme, da scoprire assolutamente. Mi ricordo ancora la prima volta che sono andato da Borgo Vittoria in tram a Torino. Ero talmente meravigliato che non riuscivo a parlare. Corso Vittorio da ragazzo mi sembrava infinito. Volevo vedere tutto. Arrivato a 100 anni mi sono chiesto cosa mi sarebbe rimasto di queste esperienze vissute. Così è nata l’idea del libro. Per farle conoscere agli altri. Non è stato complicato scriverlo. Non ci ho messo molto. Mi ha aiutato parecchio mia figlia e la editor, Claudia Colucci. Il difficile è creare l’interesse nel lettore che poi sceglie di comprarlo, lo legge e si appassiona pagina dopo pagina. Sono quindi fondamentali una storia da raccontare e qualcuno disposto ad ascoltarla».

Il libro autobiografico è diviso in due parti: «Nella prima ho ripercorso, in modo romanzato, l’infanzia, la mia famiglia d’origine, le case nelle quali sono cresciuto, la scuola, gli anni del fascismo e della guerra, fino al ritorno a Torino e all’inizio di una nuova vita. Sono gli anni nei quali si è formato il mio carattere e nei quali ho imparato, spesso attraverso le difficoltà, che non ci si può fermare ogni volta che la strada diventa più dura. La seconda parte racconta l’età adulta, il lavoro, il matrimonio con Angela, la nascita delle nostre figlie, le responsabilità professionali, le decisioni che hanno cambiato il corso della mia vita, le soddisfazioni e le perdite che hanno lasciato ferite impossibili da cancellare. Racconta anche la pensione, la vecchiaia, la morte di Angela e gli anni nei quali ho dovuto imparare ad accettare l’aiuto degli altri senza rinunciare al desiderio di rimanere, per quanto possibile, indipendente» sottolinea Piero Ballesio.

Non si tratta del primo libro di Piero Ballesio, che ha già scritto il diario cronologico: L’angelo Cesarino. «E’ cominciato tutto lì, con quel primo breve volume. E’ piaciuto molto. Non lo avrei immaginato. In tanti, dopo averlo letto, mi hanno chiesto di scrivere ancora, di raccontare delle altre mie esperienze e memorie. Scrivere mi ha permesso di ritrovare persone che non ci sono più, di rivedere strade, cortili, uffici, stabilimenti e case che il tempo ha cambiato o cancellato. Mi ha anche costretto a fermarmi su momenti che per molti anni avevo preferito lasciare in silenzio. Non tutti i ricordi sono facili da raccontare, ma anche quelli dolorosi fanno parte della vita e non sarebbe stato giusto escluderli soltanto perché continuano a fare male. Nella mia vita ne ho passate di tutti i colori. Ho perso una figlia e ho rischiato di morire almeno quattro volte. Sono stato catturato dai tedeschi, ero praticamente già sul camion per essere portato in qualche campo di concentramento. Sono stato salvato dal parroco del paese. Io che sono sempre stato “agnostico”. Non sarei qua senza l’intervento di quel religioso».

Ha assistito ai grandi cambiamenti della storia, ma soprattutto ha visto cambiare la vita quotidiana, il modo di lavorare, di viaggiare, di formare una famiglia e di stare insieme: «La vita cambia continuamente direzione. Oggi, mi sembra, che i giovani siano troppo protetti. Dovrebbero essere lasciati più liberi di imparare da soli non solo quello che è bello e buono, ma pure quello che è brutto e cattivo. In modo che sappiano poi comportarsi di conseguenza. Devo dire che si viveva meglio allora, che oggi. C’erano altri valori e un diverso senso di umanità. Bastava una stretta di mano e si manteneva sempre la parola data. Adesso, non è più così. Il segreto per arrivare a 100 anni forse è avere la forza di sorridere, anche e soprattutto dopo aver attraversato i momenti più difficili».

C’è una dedica o un ringraziamento particolare che vuole fare? «Ringrazio Claudia Colucci, che mi ha ascoltato con cura e attenzione, incoraggiandomi e aiutandomi a completare la scrittura del libro. Grazie a Carlotta, che ha ascoltato per prima molti dei miei racconti. Dico grazie a mia figlia Laura, che mi ha sempre sostenuto, e a tutti gli amici e le persone che mi sono state vicine. Questo libro è uno degli ultimi progetti che ho desiderato realizzare, non per celebrare un traguardo, ma per consegnare a chi lo leggerà la memoria di una vita lunga, attraversata da molte stagioni e da altrettante ripartenze». 

redazione

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